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Vederli insieme è già di per sé un evento. Non certamente una novità, ma senz’altro un’occasione imperdibile per gli appassionati. Chick Corea non ha bisogno di presentazioni. E’ ormai unanimemente considerato uno dei padri fondatori del jazz moderno, non fosse altro che per aver suonato negli anni ‘60 al fianco del divino Miles Davis, in album album come “Bitches Brew” e “In A Silent Way”. Collaboratore dei più grandi jazzisti di tutti i tempi, da Stan Getz a Sarah Vaughan, si mette in proprio fondando un trio d’eccezione con Miroslav Vitous e Roy Haynes, coi quali produce quel raro gioiello intitolato “How He Sings, Now He Sobs”, che è diventato un must per i collezionisti e gli estimatori del musicista. Successivamente fonda i “Return to Forever”, (Stanley Clarke, Joe Farell, Airto Moreira e Flora Purim), coi quali produce un jazz-rock fantasioso e solare, condito di sapori latini, spericolate incursioni sul versante elettrico (nasce in quegli anni la collaborazione con il chitarrista Bill Connors) ed uno spregiudicato utilizzo del sintetizzatore che lo pone a livelli d’avanguardia, oltre che procurargli un inaspettato successo di pubblico. L’organico è vitale, eccitante, creativo. Ma Chick Corea dimostra di aver raggiunto una rara perfezione artistica anche in campo solistico (Circle I e II), dove approfondisce la libera improvvisazione, la ricerca timbrica ed espressiva, e si ispira di volta in volta a jazzisti come Paul Bley e Ornette Coleman oppure a compositori classici contemporanei, come Béla Bartok e Karlheinz Stockhausen, senza tuttavia dimenticare mai le proprie radici latine; anzi di esse si compiace, come stanno a dimostrare alcuni dei motivi più popolari di Corea, “Spain” e “Fiesta”. E’ su questa scia di ardite sperimentazioni, di quartetti, quintetti e trii jazz, di session e tournèe che nasce il progetto della “Elektric Band”, pietra miliare nella storia dell’elektric-fusion: Dave Weckl alla batteria, Frank Gambale alla chitarra, Eric Marienthal al Sax, John Patitucci al basso. Ora la mitica band è tornata a rivivere. L’organico è grosso modo lo stesso degli anni ‘80, senza cospicui rimaneggiamenti. A Umbria Jazz Chick Corea e Bobby McFerrin suoneranno insieme e Corea, dal canto suo, ha portato anche la mitica “Elektric Band”. Per quanto concerne McFerrin, una cosa va detta con “assoluta priorità” (se questo può essere d’indizio): egli è forse il più grande “vocalist” jazz che si conosca attualmente, perché dire “cantante” è limitativo per uno che usa la voce come un vero e proprio strumento, una sorta di lussuoso stradivari, di aggeggio più unico che raro, sorprendente per gli effetti che riesce a trarne fuori, eppure delicato, signorile, poetico, colto ed ironico ad un tempo. Il corpo e la voce rappresentano in McFerrin un “continuum” fatto di gestualità, pensiero e sentimenti. La mente e il respiro seguono le pulsazioni del cuore. La cassa toracica è utilizzata come un’estensione del cervello, una caleidoscopica scatola di risonanza, dalle infine possibilità timbriche. Le corde vocali sono un vero e proprio campionatore acustico in grado di ottenere effetti inauditi. Si dice che McFerrin sia in grado di riprodurre un “range” di quattro ottave. L’artista si impone a partire dagli anni ’80. Polistrumentista raffinato, tecnicamente ineccepibile, scopre all’improvviso la propria vera vocazione: la voce. Dopo una breve esperienza con gli “Astral Projection” ed un proficuo apprendistato al fianco del “re del vocalese” Jon Hendriks, si fa apprezzare per alcune sue memorabili esibizioni dal vivo e viene ingaggiato dalla prestigiosa etichetta “Elektra Records”, per la quale incide due album molto apprezzati, il cui repertorio, prevalentemente jazz, ma non soltanto, è costituito in parte da brani di propria ideazione, in parte da ispiratissime “cover” di altri autori. Il secondo, “The Voice”, lascia esterrefatti. E’ un album di sola voce, senza accompagnamento alcuno. Non a caso vi si parla di “stile a cappella”, poiché McFerrin s’impadronisce di evocazioni ed archetipi derivanti dall’antica polifonia strumentale rinascimentale e li converte ad un uso fondamentalmente vocale (riprendendo l’insegnamento di Palestrina), per confezionare una musica rarefatta e distesa, che si libra in un mondo di sogni e sensazioni interiori, dove la voce raggiunge momenti di elevata concentrazione, di vasto e fantastico respiro. Gli anni ’80 lo gratificano anche di alcuni successi “commerciali”, in primo luogo “Don’t Worry Be Happy”, tratto dal celeberrimo “Simple Pleasures” del 1988. Seguono “Hush” del 1992, con il violoncellista Yo-Yo Ma e “Paper Music” con la Saint Paul Chamber Orchestra, due lavori che testimoniano nondimeno del suo vivo interesse per la musica classica, fondato su attente ed originali riletture di brani di Mendelssohn, Bach, Mozart e Stravinskij. Uno dei massimi pregi di McFerrin consiste in una esclusiva abilità manipolatoria, mediante la quale egli riesce a fondere ed utilizzare con disinvoltura una gran varietà di stili e correnti, elementi che provengono dal jazz, dalla classica, dal pop, dalla new age e dalla world-music. Spesso egli attinge a materiali poco conosciuti presso il grande pubblico, o perché desueti (la musica corale, gli oratori, la polifonia, ecc.) o perché esplicitamente d’avanguardia. Una caratteristica distintiva che tuttavia non cessa mai di stupire ed interessare. McFerrin utilizza tecniche molto complesse per estendere il suo orizzonte espressivo e raggiunge traguardi di ineguagliabile maestria e virtuosismo, mai fine a se stesso, dal momento che obiettivi primari della sua musica sono l’arte, la comunicazione e la libertà espressiva. Ed è proprio alla luce di questo interesse per la musica colta e il jazz che nasce il sodalizio fra Bobby McFerrin e Chick Corea, dapprima limitato al jazz, con l’eccezionale intreccio di duetti, dialoghi, fughe, improvvisazioni, pregevolezze di “Play” (1992), e successivamente esteso alla musica classica con lo splendido “The Mozart Sessions” (1996), basato su di una originale interpretazione di due concerti per pianoforte di Mozart, dove la profonda cultura musicale di Bobby McFerrin, diciamo quasi la sua “intellettualità” viene presa per mano, accarezzata, incoraggiata, ammaestrata dall’abile tocco pianistico di Chick Corea, che qui più che mai dimostra di essere l’alter ego di McFerrin, la sua seconda cassa di risonanza: un modo discreto, quasi impercettibile di interagire col contesto. Strano, perché le prime volte che ebbi l’occasione di ascoltare Bobby McFerrin, rimasi positivamente impressionato non soltanto (ovviamente) dall’assoluta padronanza vocale quanto da quel sottile fascino intellettuale, quella specie di erudizione sotterranea, di colta flemma teorizzatrice (si pensi al già citato “Don’t Worry Be Happy”, un brano commerciale, da hit parade indubbiamente, eppure così altamente sofisticato, perspicace, suadente), tanto che non potei fare a meno di accostarlo per certi versi, che concernono il gusto più ancora che lo stile, a Keith Jarrett. Ed avrei giurato che il sodalizio si sarebbe attuato un giorno fra i due, così profondamente asceti, così perfettamente librati in un mondo di pure astrazioni sonore, di sottigliezze. Ascoltavo le lunghe performance vocali, i lunghi a solo “a cappella” di McFerrin e mi pareva di riascoltare, anzi, di rivivere il misticismo di “Concert in Köln”. Ma poi compresi che McFerrin non è soltanto un’anima inquieta, profonda e poliedrica come Jarrett. E’ un musicista che ha due facce, due personalità: quella colta e quella sentimentale. Non si tratta di ambivalenza, ma di un tratto distintivo. La sua musica riesce infatti a toccare le più sottili corde dell’animo perché parla al cuore, perché è tenera e persino carezzevole, ma è anche profondamente spontanea, improvvisata, primigenia, capace di abbandonarsi alle più sfrenate follie nei momenti d’intensa partecipazione, dove la voce diventa l’alfa e l’omega: strumento, gesto, catarsi, comunicazione, libero contatto con il pubblico. Dunque, non soltanto solfeggio o citazione colta, ma canto aperto, parola viva, sudore e ritmo. La musica diventa trance, sfogo etnico, ritrova le proprie radici africane (“Circlesongs” del 1997, con la Voicestra, è piena di echi, ritmi, colori, profumi e sensazioni che sembrano provenire dal profondo sud del continente nero, mentre “Bang!Zoom”, del 1996 è un raffinato condensato di esperienze jazz e suggestioni world, con l’intelligente accompagnamento dei “Yellowjackets”). Allora chi altri meglio di “Anthony Armando Chick Corea”, attento conoscitore ed interprete della “musicalità latina”, poteva star dietro alle visionarie esibizioni di McFerrin, chi altri meglio di lui poteva interpretarne il “senso profondo”. L’occasione è dunque davvero impedirbile e i due, ne sono certo, non smetteranno di stupirci per la ricchezza di invenzioni, di frasi musicali, di libere improvvisazioni e raccolti silenzi. Noterete allora quanta compenetrazione esista fra i due musicisti, quanta illuminata saggezza, quanta espressività ed intimità di vedute, come il piano segua la voce e la voce viceversa si lasci trasportare dal piano, come i due musicisti si accordino sulle note e sulle battute. Il jazz è, per chi sappia intenderlo, una musica grande, e come ogni grande musica, va ascoltato con rispetto e incondizionato amore.
Articolo del
16/07/2003 -
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