|
Garbarek è da considerarsi una delle più importanti ed originali figure del jazz europeo: alla sola età di 14 anni, dopo essere rimasto folgorato da una esibizione di John Coltrane alla radio, decise di comprare un sassofono e diede inizio così ad una delle più emozionanti avventure della musica contemporanea. L’incontro con Coltrane fu fortuito. Seguendone le orme, tuttavia, ebbe modo di addentrarsi in un mondo del tutto nuovo, dal quale sempre trarre sempre nuovi insegnamenti ed conoscenze significative. Gli esordi furono caratterizzati dallo stile fluido, prorompente, carico di densità e spiritualismo di Coltrane: le dinamiche del fraseggio, il modo di comunicare schietto e convincente, lo resero ben presto noto ed apprezzato. Cominciò peraltro ad bazzicare, com’era di moda all’epoca, negli ambienti del Free Jazz, ove splendevano stelle del calibro di Pharoah Sanders, Archie Shepp ed Albert Ayler, dal quale attinse molto in termini di stile e di rivisitazione jazzistica delle tradizioni popolari. I paesi Scandinavi, in quel periodo, erano una sorta di paradiso per i musicisti d’oltre oceano: Dexter Gordon, Ben Webster, Johnny Griffin. Ma soprattutto Garbarek ebbe la fortuna di incontrare Don Cherry, lo stravagante trombettista statunitense, dalle molteplici sfaccettature espressive, che amava in particolar modo le improvvisazioni corali, dense di richiami etnici. Dal grande trombettista egli apprese il gusto per l’esplorazione delle tradizioni popolari orientali ed africane e ben presto si avvicinò alla musica classica indiana, degnamente rappresentata in quegli anni dal maestro Ravi Shankar, virtuoso del sitar. Altrettanto significativo fu per Garbarek, appena 18enne, il periodo formativo all’ombra del pianista Gorge Russell, che gli insegnò un approccio musicale decisamente più tonale e cromatico, meno istintivo. Nel ’69 Manfred Eicher lo invitò ad incidere per la prestigiosa etichetta ECM: una collaborazione che dura da decenni. In accordo allo stile della casa, a metà strada fra avanguardia jazzista e contaminazione etnica, Garbarek produsse per la ECM alcuni dei suoi lavori migliori, finendo col rappresentare, insieme a gente come Terje Rypdal, Arild Andersen, and Jon Christensen, una vera e propria punta di diamante del jazz norvegese. Cominciò vieppiù ad affrancarsi dall’influenza di Coltrane ed Ayler, per lanciarsi sulla strada della sperimentazione tonale, alle ricerca di nuovi effetti sonori, sull’onda dell’esperienza free e della musica classica contemporanea. Ma la vera svolta ebbe luogo negli anni ’70, allorché Garbarek conobbe Keith Jarret. La feconda collaborazione con Jarret, e di conseguenza con Pecock, DeJohnette ed Haden, ha aperto a Garbarek nuovi orizzonti espressivi. Jarret intesseva partiture severe, che Garbarek perfezionava con assoli intimisti, profondamente meditati, struggenti richiami alla natura ed al paesaggio scandinavo, che sono come una specie di quintessenza di tutta la sua musica. Si ricordano in particolare due splendidi albums del periodo: Belonging and Luminessence, mediante i quali Garbarek si confermava uno dei più popolari ed apprezzati musicisti europei. Il tema centrale della musica di Garbarek si fonda sull’assunto che, “quello che per il jazz americano è stato il blues, per la cultura europea è il folklore” Le radici della mia musica sono da ricercare, diceva, nella musica popolare norvegese, radici lontane nel tempo, che risalgono al medio evo, al canto gregoriano. Il suono è fatto di atmosfere eteree e dilatate, di tonalità che richiamano la luce del paesaggio nordico e delle sue leggende. Dalla collaborazine con Bobo Stenson, nasce una splendida trilogia costituita dagli albums Dis, Eventyr e Legend Of The Seven Dreams. Con gli anni il suono del sassofono di Garbarek si fa più meditativo: egli sembra voler dimostrare come a volte non sia necessario sprecarsi in irruenti quanto corposi assoli jazz, per esprimere tutta la propria vena interiore, ma è preferibile trattenere il suono, lasciarlo quasi incompleto, suscettibile di interpretazioni molteplici. La libertà creativa viene lasciata all’ascoltatore, che è libero di trarre le sue personali conclusioni. L’impatto emotivo di un tale esperimento è notevole: il suono si comprime intorno a poche note “meditate”, si concentra intorno al “non detto”, anticipando lo stile di alcuni famosi chitarristi americani, Bill Connors, David Torn e, primo fra tutti, Bill Frisel. Garbarek è stato altresì “scopritore” di talenti altrui, che seppe raccogliere intorno ad un progetto musicale articolato e suggestivo: sperimentò ardite contaminazioni jazz, seppe fondere il ritmo brasiliano col folk norvegese, la danza greca con la musica indiana. L’improvvisazione jazz ora non si incentra più intorno ad un tema che i singoli musicisti cercano di interpretare sulla base di un gioco libero e corale: l’improvvisazione viene dettata dall’atmosfera che lo stato d’animo, il luogo, le suggestioni offerte dagli strumenti infondono in ciascuno dei musicisti. Ravi Shankar rimase profondamente impressionato da questo modo di interpretare l’improvvisazione jazzistica e dalla profonda libertà e disinvoltura con la quale Garbarek interpretava la musica classica indiana, fatta di modulazioni tonali intorno ad un unico tema. Intervistato in quegli anni, lo stesso Garbarek ammise di vivere in una condizione spirituale i cui confini coincidevano con quelli del mondo. Influenzato tra gli altri dal musicista ceco Miroslav Vitous (ex bassista dei Weather Report) nonché dal compositore greco Eleni Karaindrou, egli affermò di percepire la sua musica come una via di transito verso l’oriente, che partendo dalla Scandinavia, attraversava i Balcani e l’Asia Minore, per fondersi alle culture dell’intero pianeta. La Norvegia è terra di valli nascoste ed inaccessibili, dove la musica folk è sopravvissuta in modo quasi del tutto invariato attraverso i secoli, subendo pochissimi influssi dall’esterno. In tale contesto è possibile ritrovare sonorità e riferimenti culturali estremamente arcaici. Spazio e suono diventano pertanto elementi essenziali dello stile di Garbarek ed in particolare di quell’ambizioso progetto noto come “Hilliard Ensemble”, una sorta di contaminazione a più livelli, di elegante e coinvolgente commistione di generi, legata dal filo sottile del jazz. Garbarek incide due album densi di riferimenti culturali ed artistici e di appassionata ricerca filologica: Officium e Tribes. L’Hilliard Ensemble è costituito da un gruppo di validi polistrumentisti ai quali si aggiunge un quartetto vocale. Con essi Garbarek si esibisce già da diversi anni, prediligendo come luoghi di spettacolo le chiese e i monasteri, al fine di imprimere, complice l’acustica del luogo, un’atmosfera suggestiva alla sua musica. In tal modo egli riesce a ripercorrere gli scenari artistici e spirituali dell’epoca medioevale, caratterizzati dall’inconfondibile gusto polifonico del canto gregoriano, e si avvale di una fonte di ispirazione praticamente inesauribile, oltre che originale ed artisticamente redditizia. Villa Celimontana, h.22.15 (P.zza della Navicella) Ingresso € 20.00
Articolo del
09/07/2002 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|